dielleemme

   


venerdì, 24 agosto 2007
 

notte di s. lorenzo (vintage selection)

Andammo in spiaggia, avevo 16 anni e il cuore di gomma a furia di canzoni d'amore. Non so se i ragazzi di oggi provino sentimenti come i nostri di allora: eravamo bombardati da 45 giri che parlavano di notti e di stelle, di amori lenti e ragazze simili a fate dai capelli lunghi, spiagge in cui toccare una mano era un arrivo più che un preludio. Non che non avessimo istinti più famelici, figuriamoci: eravamo talmente repressi che ci bastava pochissimo per soffrire nei nostri stessi calzoni, ma eravamo imbranati, anche i migliori. Nessuno si sentiva una macchina da corsa: allora andare a cento all'ora per vedere la propria bimba era già un azzardo.

Io, poi, mi ero convinto che l'amore fosse tanto più nobile quanto più infelice. E loro, le bimbe, erano ovviamente più sottili e più sveglie, avevano già un frasario infinito per avvicinarci e allontanarci. O forse è la mia testa che ricorda così, forse eravamo solo adolescenti acneici come tanti, con tutta una vita che urge dentro, non so. So che quando le diedi un bacio sul collo lei si ritrasse ridendo, disse che le facevo il solletico, e io vidi che le ombre del falò le nascondevano metà del viso, e io mi ricordai che una metà di lei non mi apparteneva. Allora provai un dolore forte nello stomaco per quell'angelo metà mio metà buio, per quell'abitino verde mela, quella fascia nei capelli, quelle scarpette vuote che aveva allineato vicino a lei, quelle braccia poggiate sulle ginocchia chiuse, e mi ricordai ciò che sapevo. Lei non era un angelo. Lei l'aveva già fatto, con tanti, e lo sapevano tutti. Io a dire il vero non ne sapevo nulla, fu mio fratello Riccardo a raccontarmi ciò che si diceva di lei, e lo fece con una dovizia di dettagli che già all'epoca mi parve morbosa. Forse era proprio il pettegolezzo che lei suscitava ad aumentarne il fascino, non so, so solo che io ero innamorato davvero. La metà che avevo scelto di vedere era quella che volevo riservasse a me. Quella dell'occhio azzurro, del mezzo sorriso e dell'orecchino a forma di stella, quella della bambina che ancora si vedeva bene in lei, quella che volevo crescesse con me, mia. Il primo amore è un attimo, per me fu quel momento lì. Ho amato altre donne, dopo di lei, ma il cuore via via smaschera la natura dei suoi stessi sussulti, e alla fine, irrimediabilmente, impara a battere più piano.

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A furia di guardare il cielo una stella cadde, e allora espressi il mio desiderio. Fui contenta per un attimo solo, poi mi riprese la paura. Perché sentivo l'umido nelle mie mutande, sapevo cos'era. E non ci giurerei, ma misto a quel seme c'era un brividino che allora non capivo, ma oggi sì. L'avrei rifatto, nonostante tutto. Più ci pensavo più sentivo calore nei polsi e bagnato tra le gambe. Non ero già più vergine da qualche mese, ma qualcosa era andato diversamente, quella volta lì. Ricordo con esattezza le mie dita affondate nei suoi glutei che si contraevano. Ricordo la sua mano destra sulla mia nuca, e la sinistra a tirarmi su una coscia. Quando entrò in me sentii fortissima la sua pelle d'oca - non poteva essere per il freddo, era un'estate afosissima - e lo guardai negli occhi. Che l'emozione gli arrivasse fino alla pelle, che lui non potesse nasconderla, e che ricambiasse il mio sguardo con quella fierezza mi tolse ogni forza, mi vinse. Allora mi sollevò e mi addossò sulla parete della cabina, dubito che avesse nella braccia la forza per tenermi in su, ma in quel momento lo fece, e io ebbi un tuffo al cuore. Respirava forte, non si nascondeva a nessuno dei miei sensi. Non era come gli altri, lui non doveva togliersi il pensiero, voleva togliersi un dubbio piuttosto, mi guardava, mi studiava mentre spingeva, e io non lo fermai. Anzi, lo tenni dentro di me, quando indovinai il momento la mia stretta sui suoi lombi fu più forte e gli impedii di fuggire via. E quando tornammo al falò ritrovai Alberto ma non i rimorsi che mi aspettavo. Alberto mi accolse con un sorriso dolce, quasi doloroso, ma io non riuscivo a sentirmi in colpa. Dentro sentivo solo un orgoglio fortissimo, faticavo a stare composta eppure rimanevo quasi immobile. Rimasi sveglia mentre tutti dormivano. Alberto accanto a me, Riccardo poco più in là. Quando finalmente spuntò il sole mi resi conto che le mie scarpe non c'erano più.

Le ritrovai 12 anni dopo, a casa dei miei suoceri, ma non ho mai avuto il coraggio di chiedere quale dei due fratelli le avesse portato a casa. 

postato da danilama | 08:21 | commenti (2)