Ci sono terre che ti partoriscono per darti via, perché non hanno ciò che serve per mantenerti.
Sono madri povere ma orgogliose, o solo generose ma incapaci. Ti allattano con le loro mammelle secche, poi ti svezzano e ti mandano via, guardandoti negli occhi, sistemandoti il colletto e dicendoti senza parole che puoi tutto, se lo vuoi. Che devi, anzi.
Che se rimani sei un ostaggio, ma se vai via devi essere un riscatto.
Sono terre che hanno creduto nelle virtù salvifiche del cemento, e se ne sono goffamente ricoperte per scimmiottare l’agio. Che associano i campi coltivati alla schiavitù, e perciò ne fuggono. Che hanno creduto nei salassi, e se li sono fatti docilmente praticare, sì, e da mani armate. Che non sanno cosa voglia dire “subito”, né “bene”, ma sanno quanto è inappellabile il gesto di chi fa spallucce.
Sono madri povere e non belle, che si privano di te per non privare te di tutto il resto. E quando torni a trovarle sanno che le vedrai senza veli, che il tuo sguardo sarà duro, che le condannerai per ciò che sono e assolverai invece te stesso per ciò che avresti dovuto farle diventare.
Perché non avrai diviso con loro ciò che hai.
Non ciò che sai.
E allora continueranno ad attenderti, ti perdoneranno i ritorni cattivi e attenderanno quello buono.
Sanno che c’è ritorno e ritorno.
C’è un momento in cui torni al luogo, e un momento in cui torni all’origine.
E che a 20 anni torni solo al luogo.
