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lunedì, 30 ottobre 2006
Cos'è questo bruciore, mi dicevo stamattina mentre mi guardavo il palmo della mano. Un dolore di taglio da carta, piccolo, sottile, ma non c'era sangue, nessuno, non c'era nemmeno il taglio, non c'era nessuna ferita. Eppure il bruciore c'era, bruciore misto prurito, sarà un bug nel sistema nervoso, pensavo, qualche pixel di terminazione nervosa bruciata, flambè, zot (perfetto, si comincia bene la giornata...). E poi era un dolore specifico, in corrispondenza di una linea…che poi sta linea non l'avevo mai vista…è nuova, questa, ecco cos'è, pensavo, forse oggi è nata una nuova riga sul palmo della mano, dicono che cambiano col tempo, quindi non si può escludere che ne nascano di nuove. Dopo quella del lavoro, dell'amore, della vita, e una serie di altre linee secondarie a cui ho dato nomi più specifici (tipo la linea della vertigine del vuoto, o quella della lieve indolenza, e quella della dolce tentazione dello sbaglio) aguzzerò la vista per vedere che cos'altro ha deciso di me il destino. Beninteso, io a queste cazzate non ci credo, sulla fronte ho la linea dell'agnosticismo che le invalida tutte, però comincio a credere che l'universo usi i nostri corpi per esercitarsi in un fantasioso studio di funzioni, e noi come bimbi glieli mostriamo già rivolti all'insù, fiduciosi, pronti ad ascoltare la favola improvvisata, e le vocine contraffatte con cui ce la racconta mentre se la inventa.
martedì, 24 ottobre 2006
I libri a volte ti fanno quello che i padroni fanno con i cani: ti mettono il naso nella cacca che hai fatto in casa, per insegnarti a non farlo più.
Ho letto Generazione X , per intendersi. L'ho odiato per quelle definizioni, sembravano indici puntati verso di me e i miei coevi coesi. E quindi l'ho amato senza ammetterlo, come ami chi non ti ama.
Ho capito che se i film di Muccino sui trentenni non mi rappresentano affatto, io sono comunque uno schifoso cliché.
Ora però il dubbio: se non si può vivere dentro, nè fuori al proprio cliché, chi mi insegna dove farla? Quale libro (ma accettasi anche santone, sciamano, manuale delle giovani marmotte, guida michelin) mi prenderà per il collare e mi porterà sulla retta via?
mercoledì, 18 ottobre 2006
Ira mai davvero esplosa, poco rimorso di aver fatto male ma il rimpianto di ogni mancata deflagrazione, di un catartico vulcano che eruttasse cattiveria per poi dolersene, avessi almeno distrutto qualcosa, avessi almeno spaccato piatti e bicchieri, rigato carrozzerie, sbattuto porte, no, l'autocontrollo come ipotesi di forza ma quanto costa, cazzo, e chissà se ne vale la pena, ma il mio ego dice che nelle mie cazzate non ci vuole entrare, che ci posso fare se è così zen Lussuria un bel dono nella testa, fantasia minimalista e pelle sottile sottile, dio sia benedetto per questa osmosi, fiuto tarato sui ferormoni, vedo corpi, corpi, è bella e giusta la danza della natura, non mi disturba, mi commuove Accidia come tutti i malinconici, polli sul girarrosto, infilati dall'ombelico, dolori compiaciuti da cui nascono inquietudini o versi, stare è la ventura delle venture, avessi sempre il tempo di un autolavaggio delle ferite Avidità non credo, non so cosa significhi, le cose sono cose e quindi ripetibili, tutto quello cui tengo lo indosso a pelle, il resto possono rubarlo, non violarlo Invidia nemmeno, chi sa il senso della relatività non può provarne, è matematica Superbia sì, se solo riuscissi a capire se è sbagliata o no, se ne esistono portatori sani, se è nociva anche quando ami gli altri, se pensare di essere soli sul cuore della terra trafitti da un raggio di sole e stagliarsi contro il cielo con la propria spada spuntata sia peccato, se provare a far fruttare il proprio unico talento sia male, qualcuno risponda Gola perché no, anzi, è un antipeccato, un antidoto contro la continenza, contro il sacrificio che si autoalimenta, voglio mangiare con le mani e con gli occhi, voglio vedere, sentire, annusare, gustare, dai che dio questa deve averla detta per far piacere a qualche lobby, oppure deve essere l'aborto che sempre viene fuori in ogni brainstorming quando c'è un cacacazzo nel gruppo, bisognerebbe leggere almeno i lavori preparatori, fammeli vedere, dio.
mercoledì, 11 ottobre 2006
La gatta morta è una variante della gatta vulgaris; le sue origini possono essere ricondotte a mutazioni cromosomiche indotte, nel corso dei secoli, dalla convinzione (tra l'altro non ancora confutata dalle evidenze empiriche) che il gatto vulgaris ami essere contento e gabbato. La gatta morta si contraddistingue dunque per l'atteggiamento iperfelino: le fusa, ad esempio, non sono manifeste, ma solo graziosamente accennate e camuffate di ingenuità amichevole; il miagolio è più impostato, mellifluamente ancorato un'ottava sopra a quello normale; le zampe sembrano incerte, e si poggiano distrattamente sul corpo della preda, ma solo per blandirne la forza e il coraggio (solitamente, tra l'altro, assenti). La gatta morta, inoltre, non ha nove vite, ma diciotto, come ovvia conseguenza della sua doppiezza: il sé "recitato" si affianca al sé "nature", in un mix grottesco che la costringe a una gestione accuratissima dei suoi contatti e delle sue relazioni. La gatta morta, tuttavia, è la meno prolifica della specie: il gatto vulgaris, di per sé già poco incline alla monogamia, risulta talmente carico di aspettative verso la preda da rimanerne doppiamente deluso dopo il coito, allorchè scoprirà che la gatta morta non ha altro fascino e desiderio se non quello di essere ridotta in cattività, esattamente come la gatta vulgaris. La gatta morta, di per sé estremamente longeva, in genere muore di esaurimento nervoso conseguente a gravidanza isterica o di ferite colposamente (e nemmeno tanto) cagionate da gatte vulgaris. Ciononostante, la gatta morta non è destinata a estinguersi, perché necessaria all'equilibrio della specie, in particolare al desiderio di predazione che il gatto vulgaris intende esercitare da attore ma senza improvvisazione né rischio.
venerdì, 06 ottobre 2006
L'altro ieri ho visto per strada, fermo sulle strisce pedonali, un cameriere. Aveva in mano un vassoio con delle tazzine di caffè. Io stavo per fare 70 km per recarmi in un ufficio ancor più triste del mio, se possibile; lui stava attraversando la strada per portare quelle tazzine alla signora del negozio di fronte, probabilmente. Erano le dieci di mattina, quel caffè mi si è impresso nella retina, il tempo di sentire quel profumo nella testa e già il cameriere lo vedevo nello specchietto retrovisore. Ho sentito malinconia. Ho avuto voglia di quel caffè. C'era il sole. L'ho seguito con il pensiero. Sono entrata con lui nel negozio di fronte, ci ho trovato una signora rugosa e ingioiellata che ringraziava e cerimoniosa lasciava una mancia, poi porgeva le tazzine alle clienti danarose, anche loro rugose e ingioiellate. Ho ri-seguito il cameriere indietro, l'ho visto rientrare nel bar, l'ho visto asciugare bicchieri chiacchierando semplice con i vecchietti che a uno a uno passano di lì con una scusa qualunque, l'ho visto passare nella macchina le schedine del superenalotto, l'ho visto scherzare con il collega sul culo della fioraia di fronte, l'ho visto guardare il corriere dello sport, lamentarsi per il parcheggio che non si trova più e per i cinesi che vivono come cimici, ho visto scendere la signora del palazzo rosso con il cagnolino, è lui che la porta a spasso, prima o poi la vedremo pisciare vicino a quell'olmo, e poi a pranzo ho visto arrivare l'elettricista rumeno, l'unico che mangia 'sti tramezzini, poverino, lo fa solo per fare due chiacchiere e guardare la tv. Ho visto le città di mattina, quelle dei pensionati, dei negozietti, degli artigiani, quelle città che vanno un po' più piano, che di nascosto dal resto del mondo fanno ancora due chiacchiere, prima che arrivi la sera e la ricerca cattiva di un parcheggio, il traffico sui viali, la fretta di arrivare prima delle 19:30 a recuperare panni in lavanderia e quel che resta della propria vita data in outsorcing. Le città alle 10 di mattina, prima che l'amarezza e la stanchezza ne facciano un animale famelico, perché le città sono come noi: la sera ci viene la voglia di sfogarci, e allora tiriamo fuori un'irrequietezza malsana, o la voglia di proteggerci dallo sfogo altrui. E nell'uno e nell'altro caso mostriamo i denti.
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