dielleemme

   


giovedì, 31 agosto 2006
 

Quartum non datur

L'industriale esiste in tre varianti. L'industiale Candito: si contraddistingue per il ciuffo morbido, per l'aplomb politico, per la dizione corretta, il rispetto delle istituzioni (leggasi, lo schifo per chi le occupa). L'industriale Candito sfoggia una fedina penale abbastanza candida, utili in crescita (o presunti tali), al più qualche punto di penalizzazione. Non sfoggia tamarramente una compagna vistosa, al più qualche vezzo nell'abbigliamento. L'Industriale Candito è portatore sano di coglioni grossi (è per questo che siede appoggiando vistosamente il piede sestro sul ginocchio sinistro, non per mostrare le scarpe, nooo), e molti lo vorrebbero nelle proprie liste elettorali, ma l'Industiale Candito non è mica scemo. L'Industriale Candito è, come pressoché tutti gli industriali, un parvenue, ma ha imparato più in fretta. L'Industriale Candito è di moda in Confindustria. Dove svetta - odiatissimo - su un magma di individui della specie Industriale Plain. Quest'ultimo si contraddistingue per l'assoluta ineleganza, per il sangue che gli inietta le cornee mentre enumera i sacrifici che ha fatto e i 15 (quindici) posti di lavoro che ha creato. L'industriale Plain è uno che assume Abdul, ma lo ribattezza "Alberto" (perché è più comodo), sotto sotto ne apprezzerà la dedizione ma poi si incazzerà sapendo della moschea che gli costruiscono non lontano da casa. L'industriale Candito ha imparato la regola del distacco, l'industriale Plain no: l'uno distribuirà per far vedere che non ci tiene, l'altro accumulerà per far vedere che ce la fa. Uno voterà a sinistra per far vedere che è un signore, l'altro voterà a destra perché da buon cattolico sa che il voto è un con-dono del Signore (quello con la S maiuscola). E poi, uber alles, c'è il terzo tipo: l'Industriale al Pistacchio, gusto nuovo in edizione limitata. Uno di cui i tg ci tengono a farti sapere che di recente si è fatto cancellare il tatuaggio a forma di stella (fatto in onore di Martina), lasciandoti col dubbio sull'altro tatuaggio, quello a forma di bersaglio (in onore di Patrizia). Noi un po' lo amiamo, questo qui. Sì.

postato da danilama | 12:21 | commenti (3)


martedì, 29 agosto 2006
 

buddies

Dammi tutta la verità che puoi, il valore assoluto di non perder la faccia, fermati al punto dove senti che duole, sciorina teorie ai miei occhi opachi, sarò per te la quinta teatrale, un trompe l'oeil di compagno che crede, il mondo è troppo semplice per non ricamarci, per non aver bisogno di una versione ufficiale, del cerone per non arrossire, e allora ti ascolto e ti sorrido, amico, perchè il serpente conosce la terra con la  pancia, la coda e la testa*, e invece noi ci fingiamo creature dell'aria, teste gonfiate dalle teorie e dalle mistiche, ci piace sembrare più nobili e puri, e allora vola, compagno, son belle le tue acrobazie e ti fanno felice, il mio affetto è in questo guardarti, pregare che tu non cada mai e soffiare con tutti i polmoni se hai le vertigini e la tentazione di andare in picchiata, su, su, arriverà la prova contraria ma ci penseremo poi, non temere, ci sono.

(*) Ancora, grazie a Zorba per quest'immagine.

postato da danilama | 08:36 | commenti (3)


martedì, 08 agosto 2006
 

dura lex

Odiavo quella cantilena. O meglio, non ascoltavo i contenuti, badavo solo agli accenti, oppure ai gesti. Tanto le parole erano tutte uguali…"i presupposti del sequestro conservativo si possono riassumere nei seguenti…" e giù pagine e pagine mandate a memoria, venivano a raccontarmele come se l'obiettivo fosse dimostrare a me non che avevano capito, ma che sapevano ripetermele. Alcuni mi facevano simpatia immediata, altri mi si piazzavano dritti sui coglioni. Se uno studente sapesse manovrare le leve dell'empatia studiare sarebbe del tutto superfluo. Ad esempio, io ce l'avevo con chi usava troppe interiezioni. Li segavo senza pietà, e per sviare i dubbi li buttavo fuori sempre sulle stesse domande. Per cui arrivavano da me fortissimi su quegli argomenti, e bocciarli diventava anche più difficile - non impossibile, ovviamente. La mia fama mi inorgogliva. Diciamo pure che all'università avevo trovato un posto ideale per vivere apertamente la mia tracotanza e la mia cattiveria innate. Poi però un giorno arrivò lui, si sedette di fronte a me, e mi puntò gli occhi negli occhi. Sapevo chi era.

Gli feci la prima domanda, facile facile che già ebbi paura di essermi fottuto da solo. Alzò un sopracciglio e un angolo della bocca, e io capii che voleva fottermi lui, e lentamente. Gli feci la seconda domanda, alzai un po' il tiro ma rimasi generico e innocuo, speravo che avrebbe tirato fuori qualcosa. Non rispose nemmeno stavolta. Alla terza domanda abbozzai un "mi sa dire per caso qualcosa del regime patrimoniale della famiglia?", mi sarebbero bastate due parole e un paio di avverbi, tanto ero ormai in difetto. Lui si appoggiò alla spalliera, incrociò le braccia. I miei assistenti si guardavano increduli. Gli studenti erano zitti, sull'aula era sceso un silenzio di tomba. Capii che dovevo arrendermi. Finsi irritazione, gli dissi "le do un diciotto solo per togliermela di torno", e già sapevo che sarebbe stato difficile giustificare quella promozione. Mi misi a scrivere il verbale, lui mise una mano sulla mia e con calma rispose: "Prof, deve darmi trenta". Lo avevano sentito tutti. Sudando scrissi quel trenta. " e lode, ovviamente". Dettava, ormai.

Quando finii, si alzò e andò via. I ragazzi si accalcarono sulla porta, dove stavano le liste. Qualcuno forse qualcosa immaginò quando vide il cognome. Il figlio del mio collega.

Lo avevo visto al funerale del padre, due anni prima. Gli avevo stretto la mano e lo avevo abbracciato, dicendogli: "Mi dispiace. Io e il tuo papà eravamo molto amici". "Lo so benissimo", mi aveva risposto, freddo, lucido.

Sapevo che non sarebbe finita lì. Sapevo che non si sarebbe accontentato di un esame. In un lampo capii dove voleva arrivare. Si era iscritto a giurisprudenza, voleva il mio posto, e sapeva come ottenerlo. Un Fiorraro al posto di uno Scassone, una trentina d'anni dopo che io e suo padre ci eravamo contesi l'unico posto disponibile con un gioco folle.

postato da danilama | 11:19 | commenti (5)


martedì, 01 agosto 2006
 

basta il pensiero

"In the first light, there he was, gazing into the distance with his lack-lustre eyes. You could see he was still sunk in a sort of torpor, his temples were not yet frred from sleep. Calmy, fondly, ha was letting himself drift on a shady current as thick as honey. The whole universe of eatrh, water, thought and men was slowly drifting towards a distant sea, and Zorba was drifting away with it..."

Zorba il Greco, N. Kazantzakis.

Eccone un altro. Sguardo fisso nel vuoto ma inequivocabilmente intelligente. La letteratura pullula di figure maschili che quando riflettono si circondano di un'austera e conciliante solitudine. Un silenzio gravido. Nulla deve disturbarli, così Zorba, così il Vecchio che veleggia nei mari, così i giovani militari di fronte a Deserti dei Tartari o Linee d'Ombra, persino i Montalbani alle prese con ladri di polli. Pagine e pagine di uomini meditabondi, inquadrati di profilo o di tre quarti, con la compagnia discreta di un sigaro o di un superalcolico, a pensare di amori passati o guerre da combattere.

Delle donne raramente si inquadra il momento in cui riflettono. Su questo si glissa, e invece si insiste sui momenti successivi: done Flor che cucinano, Anne Karenine che si buttano sotto i treni, Monache di Monza che sventurate rispondono, il tutto senza essere state per due o tre interminabili pagine a pensarci su. Quindi, le cose sono due: o si crede che le femmine improvvisino il loro agire oppure è sempre stato chiaro a tutti che quando gli uomini riflettono non  possano contemporaneamente fare un cazzo.

postato da danilama | 13:11 | commenti (10)