dielleemme

   


giovedì, 20 luglio 2006
 

Apologia del figliol parsimonioso

I lavori più interessanti sono riservati alle persone più infelici, o tormentate. Se nasci in una famiglia solida, sei sano come un pesce e tendenzialmente allegro non ci sono cazzi: hai l'80% di probabilità di finire in banca. La solidità affettiva ha come corollario la ricerca di quella materiale,ed è lì che ti fottono. Viceversa, la vita è una mamma che pensa prima al figliol prodigo: quello che da bambino e adolescente sembrava una testa di cazzo clamorosa sarà un sarto famoso, oppure un disegnatore di fumetti. Non è che il figliol prodigo sia il più creativo: è quello che fa del suo egoismo il piede di porco di una vita che lo guarderà sempre scuotendo la testa, ma con sottile compiacimento. E cosa c'entra che il figliol prodigo con questi mestieri non avrà di che campare: l'altro avrà di che morire, ogni giorno. E non è vero che al figliol parsimonioso manca il coraggio: quando dice "mamma, ne ho abbastanza, me ne voglio andare" sa già che al suo rientro faranno affidamento sulla sua ragionevolezza e gli diranno: "il vitello grasso l'abbiamo già ammazzato, ce n'è uno medio ma tu sai che il momento non è opportuno per gli sprechi".

PS: mia sorella è ingegnere, quindi il tutto si intenda in maniera assolutamente metaforica. Il mio vero fratello prodigo è quello stronzo che assumeranno al posto mio perchè sono "overqualified". Ma vaffanculo.

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venerdì, 14 luglio 2006
 

Calembour (Noval Gina Rap)

dammi un pugno quando te lo chiedo / dammi un dito quando mi concedo / dammi retta fammi fretta / dammi fumo e prenditi fuoco / bloccami in gola un sussulto roco / dammi una lei che non sia io / un'altra lingua come piace a dio / dammi corda almeno tre metri / un collier resistente ai pensieri più tetri / se ci sei quasi dammi un segno / un minuto in più dammelo in pegno / poi ritira la tua carne non so più cosa farne / la scia della tua danza basterà come quietanza

postato da danilama | 11:56 | commenti (4)


venerdì, 07 luglio 2006
 

strike while the iron is hot

Mi aveva chiesto "cosa provi quando suoni?", la troia. E mentre lo diceva faceva dondolare il sandalo semi infilato nel piedino. Caldo, le risposi, ed era la verità, ma sapevo che non le sarebbe bastato. E sapevo anche che non le avrei detto di più. Certo, volendo so essere articolato, posso tirar fuori emozioni potabili (non è così che nascono i testi, solitamente? Non è vagheggiando sentimenti di cui si conosce la definizione e il fraseggio?), posso mettere in fila due o tre subordinate di senso compiuto e qualche sostantivo da purista, ma non sempre ne ho voglia. Vogliono sentire parlare di emozioni, i giornalisti, se non ti trovano quelli addosso ti cercano la droga, e se non trovano nemmeno quelle sperano che nelle tasche bucate tu abbia almeno dei tentativi di suicidio. Perché se sei una rockstar cercano la quarta dimensione, ci sarà pure qualcosa di te che giustifica il tuo essere tu. Io quando suono sento caldo, ti basta, vacca dalle caviglie sottili, che scommetto che hai le aureole dei capezzoli bellissime, e per questo ti odio, e odiandoti ti insulto, e nel frattempo ti regalo due spiccioli. Caldo, basta così. Elaboratelo tu, vediamo che sai fare. Vediamo quanto mi farai bello. La verità è che io sento un caldo semplice, di cui non me ne fotte niente, sudo come un maiale, somiglia al caldo di quando scopi, ma forse è anche un po' meglio, non sa di intenzioni né di speranze, sa solo di combustione, al limite sa della luce dei fari e della birra che ho in corpo. Lo puoi capire, bellezza, tu che profumi di agrumi che non esistono in natura, tu che credi di piacermi solo perché credi che io sia in grado di apprezzarti? E se mai lo capissi, quanto male ti farebbe? Quanto caldo hai mai sentito nella tua vita? Quante volte hai bruciato senza sapere da dove e da quando, senza compiacerti, senza amarti né odiarti, senza voglia di smettere, senza voglia di salvarti?

postato da danilama | 14:56 | commenti (5)


martedì, 04 luglio 2006
 

finis terrae

Aveva quasi novant'anni e il suo viso non era più un viso, era un calco. Lo potevi guardare indovinando in negativo, invertendo pieni e vuoti. Come se il mondo in qualche modo gli si fosse impresso contro a furia di sbatterci contro. Aveva sulle mani vene che aveva preso dai letti asciutti delle fiumare. Aveva sul viso rughe come fronde di di alberi. Aveva nella pelle il colore dei vulcani. Tra i denti il vuoto di qualche boccone che gli avevano spinto in gola con la forza. Nelle labbra minuscole rughe verticali, come ricordi di punti di cucitura, segni lasciati dall'obbligo del silenzio. Nelle corde vocali la salsedine e la ruggine dell'inutilizzo. Nell'accento suoni duri come schioppi e striscianti come sibili. Il bottone nero sul taschino era l'occhio cavato a qualche figlio, imperituro simbolo di morte e colpa. Perché era un pesce piccolo, e i suoi figli non sulo eranu pisci picculi, eranu pure pisci che non sapivano stari citto, e allora ci insignarono a stari muti. E dopo che tutta una vita gli aveva disegnato addosso l'orografia della sua terra, di quella terra di grani bruciati e impastati di sangue, un destino ironico preferì cancellare quelle opere d'arte piuttosto che permettergli di portarsele nella bara, e gli si richiuse addosso sotto forma di colata di cemento. Perché questa terra te la porti scolpita sulla faccia solo finchè ci puoi ancora camminari supra. Quando tinne vai non ti segue cchiù, no, figghiu.

postato da danilama | 10:41 | commenti (3)


lunedì, 03 luglio 2006
 

il mio lavoro fantastico

<< (…) l'organizzazione in cui Kafka ha trascorso tutta la sua vita di adulto: l'ufficio. Gli eroi di kafka vengono spesso interpretati come una proiezione allegorica dell'intellettuale, ma Gregor Samsa non ha niente dell'intellettuale. Quando si sveglia trasformato in scarafaggio, la sua preoccupazione è una sola: come farà, in questo suo nuovo stato, ad arrivare a tempo in ufficio? Nella sua testa non c'è altro che l'obbedienza e la disciplina cui l'ha abituato il suo lavoro: è un impiegato, un funzionario, e tutti i personaggi di Kafka lo sono; funzionario inteso non come tipo sociale (…), ma come possibilità umana, maniera elementare di essere.

Nel mondo burocratico del funzionario, primo, non ci sono né iniziativa, né libertà di azione; ci sono soltanto ordini e regole: è il mondo dell'obbedienza.

Secondo, il funzionario esegue una piccola parte della grande azione amministrativa della quale gli sfuggono lo scopo e l'amppiezza: è il mondo in cui i gesti sono diventati meccanici e la gente non conosce più il senso di quello che fa.

Terzo, il funzionario ha a che fare unicamente con anonimi e con pratiche: è il mondo dell'astrattezza.

(…) Come è riuscito, Kafka, a trasformare questa grigiastra materia anitipoetica in romanzi affascinanti? Possiamo trovare la risposta in una lettera a Milena: << L'ufficio non è un'istituzione stupida; secondo me appartiene al mondo del fantastico piuttosto che a quello della stupidità>>.

Cfr. L'arte del romanzo, M. Kundera.

Insomma, ho riletto queste frasi e ho pensato che è tutto un errore mio. L'ufficio appartiene al mondo del fantastico, e noi un po' ce ne eravamo anche accorti, aiutati dall'ambientazione di quella città che per semplicità chiameremo Mondocavallo. Bacheche in cui si vendono pony, colleghe vestite come elfi (lo stile "vispa teresa" che spopola al bar), gente che non mangia cavalli perché sono gli animali sacri, edifici a piramide rovesciata, storie di fantini e di mezzosangue montati a pelo, storie di cavalli scossi, di barbareschi ubriachi, di priori e di capitani. Il mio lavoro è fantastico, nel senso tolkeniano del termine, e il mio anello, come tutti, ce l'ho infilato al naso.

postato da danilama | 09:44 | commenti (2)