dielleemme

   


giovedì, 29 giugno 2006
 

figli di (l'evoluzione della specie secondo dielleemme)

I figli dei contadini sono scomparsi. Li trovi alla voce "gestori di agriturismo".

I figli dei miliardari si sposano molto giovani (e a 32 anni sono già divorziati). Forse a causa della voglia di dimostrare che un'altra famiglia è possibile. Ma non è possibile.

I figli maggiori degli insegnanti sono l'archetipo dell'infelice di razza. I minori, invece, sono facile preda delle peggiori piaghe della nostra società. È il metodo montessori "ponderato" (quando nasce il primo sperano di poterne fare un genio, col secondo si sono già stancati)

I figli dei muratori sono tutti albanesi o marocchini, perché di essi è il regno dei cieli (e dei controsoffitti).

I figli dei calciatori famosi non fanno una bella fine, eccetto quelli che si chiamano Maldini.

I figli delle veline faranno il test del dna per farsi riconoscere da vieri.

I figli dei fiori hanno fatto fior di quattrini con i fiori di bach .

I figli dei bancari una volta aspettavano che i genitori andassero in pensione per prenderne il posto. Ora vista l'età a cui si va in pensione hanno tutto il tempo di prendersi una laurea, di fare un MBA a Londra e poi uno stage, guardacaso, nella banca in cui lavorava papà.

I figli di albano e romina sono figliastri della lecciso. Quando la sorte si accanisce.

(si accettano suggerimenti per il completamento dell'opera)

postato da danilama | 17:34 | commenti (2)


martedì, 20 giugno 2006
 

viale delle marchette

A volte qualcuno prende la rincorsa per venire da te a esprimerti il suo disprezzo. Non è cosa da poco. Ti spiazza. Non perché tu non fossi già in qualche modo a conoscenza di quel disprezzo, quanto per il fatto che quel sentimento venga manifestato. Siamo nell'epoca del Customer Service Globale, in fondo, non dimentichiamocelo. È l'era della cortesia che lubrifica il corridoio verso le casse, di quella diplomazia paracula che qualcuno chiama "comunicazione assertiva". E ci vuole un bel coraggio a chiamarla così, visto che è univocamente più assertivo uno che ti manda a fanculo rispetto a uno che ti dice che c'è una differenza di vedute appianabili tra di voi. Ci hanno talmente sfracanato i coglioni che ormai ci è entrata dentro…tutti viscidamente perifrastici, umidamente diplomatici, servilmente empatici…che orrore. Insomma, quando uno spezza gli indugi e ti viene a dire la sua antipatia, guardandoti negli occhi, ti chiedi cos'è successo. Perché l'onestà intellettuale ti suggerirebbe addirittura un applauso. Poi un luccichio sulle stellette invisibili che porta sulla giacca ti ricorda che è l'amministratore delegato e capisci il punto: l'opzione di franchezza è un corollario del potere. Un benefit, un po' come il parcheggio riservato. E allora succede l'inspiegabile: il tuo ego bizzarro si produce nel suo francescanesimo superbo, gonfio del disgusto che ti sveglia ogni mattina come un raschio in gola, di quel senso di infinita pesantezza con cui ogni mattina avvii la macchina per recarti sul viale delle marchette impiegatizie. In un attimo capisci che tutto il sistema si regge sull'asimmetria dell'insulto. Che nessuno potrà mai apprezzarti e premiarti abbastanza per quello che alla fine riesci a non dire. Che il tuo disprezzo chiede di essere detto nudo e crudo. Che una perifrasi ora sarebbe la vera umiliazione.

postato da danilama | 11:20 | commenti (7)


giovedì, 01 giugno 2006
 

su e giù

Il peruviano del piano di sopra stira le labbra e gli occhi in un sorriso imbarazzato, e mi cede il passo davanti al portone. Presume che il mio razzismo risalga maligno su per le scale, in senso inverso rispetto agli odori e ai rumori. Il vicinato non ha occhi né mani, ha orecchie e narici. Mai visti i suoi bambini. Sento altre latitudini nel ritmo dei tacchi la domenica - sono tanti, si riuniscono - negli odori di spezie e arrosti, nelle molle degli amplessi, di sera. Stanno preparando il loro ponte di giugno. Escono per la città quando sono sicuri che è vuota di indigeni, riempiono parchi e piazze di cui il residente si dimentica finchè non ce li vede giocare e ballare, e allora le rivuole, allora scrive al sindaco, allora si indigna, allora soffia. Il peruviano stira il suo sorriso perché presume punte di odio, allora mi odia di rimando. È un ascensore il razzismo presunto, va su e giù. Di casa mia il peruviano scambia il silenzio con il dormire, l'assenza con vacanza, lo stare soli con il non voler disturbo, il mutuo con la ricchezza, la residenza con l'integrazione, la compostezza con l'affettazione. E allora accende il suo stereo, chiama gli amici e alza il volume. Ma io non verrò a chiederti di abbassare, lo so che il rumore è segnaletico e che i tuoi amici sono quello che hai, che mangiare in venti la domenica è ciò che si fa quando non ci sono macchine e moto a dividere la gente in sottogruppi stupidi da cinque o da due, quando non ci sono itinerari fuori porta a lambiccare cervelli, anzi, il fuori dalla porta è un concetto che fa anche un po' paura. So anche che i tuoi figli e i tuoi nipoti presto di quel rumore non vorranno più farne, che presto avranno una vita normale e impiegatizia e occhi meno incas, e allora avranno silenzi senza sonni, assenze senza vacanze, solitudini senza scelta, rate anziché soldi, residenza senza integrazione, compostezza senza affettazione. E che a volte pure da quella terra malmessa che è il nord raggiunto si continua a guardare in su con malinconia e desiderio. Sapessi quante volte ho guardato il mio soffitto e ti ho invidiato tutta quella gente.

postato da danilama | 10:39 | commenti (11)