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venerdì, 25 novembre 2005
"Amo tutto ciò che scorre", disse il grande Milton cieco dei nostri tempi. Pensavo a lui stamattina quando mi son destato con un grande urlo di gioia: pensavo ai fiumi e agli alberi e a tutto quel mondo notturno che egli esplora. Sì, dicevo a me stesso, anch'io amo tutto ciò che scorre: fiumi, fogne, lava, sperma, sangue, bile, parole, frasi. Amo il liquido amniotico quando sprizza dal suo sacco. Amo il rene coi suoi calcoli dolorosi, la renella e roba simile; amo l'orina che si versa calda e lo scolo che scorre all'infinito; amo le parole degli isterici e le frasi che riversano come dissenteria e rispecchiano tutte le immaggini morbose dell'animo; amo tutti i grandi fiumi come il Rio delle Amazzoni e l'Orinoco, dove uomini pazzi come Moravagine navigano su una scialuppa attraverso il sogno e la leggenda e affogano nella cieca bocca del fiume. Amo tutto ciò che scorre, anche il flusso mestruale che si porta via il seme infecondato. Amo gli scritti che scorrono, siano essi ieratici, esoterici, perversi, polimorfi, o unilaterali. Amo tutto ciò che scorre, tutto ciò che ha in sè tempo e divenire, che ci riporta al principio dove non c'è mai fine: la violenza dei profeti, l'oscenità che è estasi, la saggezza del fanatico, il prete con la sua gommosa litania, le parole sozze della puttana, lo sputo portato via nella fogna, il latte della mammella e l'amaro miele che si versa dall'utero, tutto ciò che è fluido, fuso, dissoluto e dissolvente, tutto il pus e il sudiciume che scorrendo si purifica, che perde il suo senso originario, che fa il grande circuito verso la morte e la dissoluzione. Il grande desiderio incestuoso è scorrere all'unisono col tempo, fondere la grande immagine dell'aldilà con quella dell'hic et nunc. Un desiderio fatuo, suicida, reso stitico dalle parole e paralizzato dal pensiero.
Henry Miller
mercoledì, 23 novembre 2005
Nell'ormai consolidata crociata della scuola contro il mondo mefistofelico del web certe argomentazioni appaiono abbastanza ridicole. Agli insegnanti preoccupati mi sentirei di ricordare che:
1. Internet è, purtroppo e per fortuna, una fonte di informazione. Talmente potente da aver ormai scalzato tutte le altre, ivi compresa ogni tipo di stampa treccanica. Tramite internet si potrebbe (nel migliore dei casi) addirittura accedere alla fonte stessa delle informazioni, senza intermediazioni. Il problema è orientarsi in mezzo a quelle informazioni, capire i meccanismi con cui i motori di ricerca indicizzano i siti, distinguere l'informazione "buona" da quella "commerciale". La scuola non deve puntare sull'informatica? bene, se porti il cavallo alla fonte aspettati che beva, prima o poi. Magari potresti insegnargli a distinguere l'acqua dalla merda, non sarebbe una cattiva idea.
2. Il fatto che si trovino test già svolti, tesine già copiate mi ricorda che ai miei tempi i primi a copiare erano proprio loro, i proff. Ai compiti in classe ci davano esercizi di analisi già svolti su libri non di testo: bastava azzeccare quel libro (ah, quello Zwirner di 3° mano...) e il 7 era assicurato. Vi assicuro che non era molto difficile. E che dire dei temi di italiano? Tracce scritte da un cieco su luoghi comuni letterari, mai una volta che si uscisse dal seminato della questione della lingua del Manzoni o dal pessimismo di Leopardi. Tracce qualunquiste, come quelle "di attualità". L'omologazione più completa. E all'università? Non molto diverso: un "cfr" ben piazzato e potevi scriverci di tutto, nella tesi di laurea (il dio dell'economia mi perdonerà per la mia creatività in quest'arte). Una bibliografia con qualche nome noto bastava a giustificare il copia-incolla più selvaggio. Un po' di inventiva, proff. Se premiate il nozionismo, beccatevi il cut and paste. Se premiate l'inventiva e la soggettività, accettate il rischio di dover correggere testi su cui non avete alcun appiglio di riferimento, e di doverli addirittura leggere e capire.
giovedì, 10 novembre 2005
Cioè, uno certe mattine si alza e mentre si prepara a farsi obliterare un'altra giornata dagli Uomini Grigi si mette a pizzicare il filo che lo separa dalla pazzia, e ne ascolta il suono, dubitabondo. Dubitabondo-dubitabondo, i pensieri che battono dove il cuore duole fanno questo suono di gutta che cavat lapidem, la paranoia è come la realtà, solo su una scala più piccola. (Ralph Fiennes in Strange Days, mica Schopenhauer, a volte il sapere scorre sulla velina dei baci perugina). Il disgusto è uno spiacevole corollario del dettaglio, questa invece è mia, e ne sono persino orgogliosa. Al microscopio esistono i punti neri, i batteri e le meschinità, non è un bel vedere. Insomma, il mondo è più bello per i presbiti, e con questo ho esaurito la mia scarica quotidiana di metafore, di magniloquenza e di livore. Meno male che c'è questo blog. Torno a lavorare.
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