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martedì, 31 agosto 2004
oggi il tempo è morto incerto. sì,sì, proprio morto e non alla romana.
Il mio amico I., dopo circa tre anni che non ci vediamo (ci limitiamo a scriverci mail in cui non ci spieghiamo reciprocamente dove siamo e perchè), scrive "vorrei rivederTi". io ho paura di quella T maiuscola e quindi scappo. Invento una scusa qualunque, tanto lui sa che è una scusa, la incassa e non conta gli spiccioli. Nemmeno lui vuole Vedermi Davvero. è un problema di maiuscole. c'è stato un punto e <invio>, e se anche ce ne fossimo dimenticati ci sono un po' di maiuscole qua e là a ricordarcelo. Le maiuscole sono toste. Quando parli maiuscolo ci vuole convinzione, e io non ce l'ho. Come gli dico che mi Fa Tanto Piacere Rivederlo e Ritentare La Confidenza che non c'è Più?
lunedì, 30 agosto 2004
F. era un genio triste che tutto il mondo attendeva sul campo centrale. Il pubblico era già schierato, pronto ad applaudirlo e ad amarlo e lui decise invece di dare forfait. Uscì alla chetichella dagli spogliatoi, poi distribuì parole sdegnose alla stampa attonita. "siete tutti marci", che invece significava solo "se penso che non posso farcela evidentemente ho ragione".
F. è ancora un genio, ma di professione ha scelto di fare il contrario di tutto. Ha scelto un lavoro mediocre per poterlo odiare indisturbato. Ha scelto il rifiuto perchè costava meno. Non mi prostituisco, dice, e invece si fa fottere da chiunque possa dirgli "entro domani, ragazzo". Ha le mani a forma di scalpello e invece gli fanno fare la pialla. Ha le parole nella testa e lascia trapelare solo gli avverbi. Ha un cervello che prende tutti i canali eppure trasmette solo fruscii.
F. è un genio ma ha paura della mondovisione. Io gli fornisco un po' dell'ammirazione che cerca, giusto la modica quantità per uso personale, lui si accontenta, e io mi incazzo.
F. è un genio e purtroppo l'ha sempre saputo. Brutta cosa, le vertigini. Eh, già.
che poi è anche giusto così, perchè l'amore è l'eccipiente, non il principio attivo, ma deve esserci stato un equivoco somewhere in time e da allora la bufala si è trasformata in verbo. Non è cinismo, è un nuovo modo di. Mi piace sapere che c'è qualcuno in grado di ispirarmi pensieri più belli di quelli che farei con il mio solo cervello. Mi piace che per puro refuso storico abbiamo collegato il sesso all'affetto. Mi piace (permettetemi di generalizzare, per semplicità di analisi) che i bambini nascano dal sesso e dall'affetto e non dall'uno o dall'altro. Ma se amassimo il prossimo senza pretenderlo vicino forse ci unirebbe il viaggio, e non il biglietto.
venerdì, 27 agosto 2004
"io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto (...). E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell'abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perchè ogni cerchio deve possedere un centro. lo, proprio io, sono il pozzo senza pareti ma con la resistenza delle pareti, il centro del tutto con il nulla intorno."
Mi piacerebbe dire che l'ho scritto io ma è di Pessoa.
Io invece vivo a Firenze ormai da 10 anni, ma non aspiro nè le c nè le t, quindi sono condannata vitanaturaldurante alla condizione di chi conosce le strade meglio degli indigeni, ma si perde quando gli chiedono dov'è casa sua. Non la casa in cui vive, ma quella a cui appartiene. A parte questo e il fatto che io e questa città sappiamo ben ignorarci quando è necessario (perchè abbiamo spocchie uguali ma di segno opposto), questo posto è, oggettivamente, uno dei più belli del mondo, e quindi vivo qui. Qui, proprio qui. In una sola mattonella di terrafermamentale.
giovedì, 26 agosto 2004
Ci sono amori in cui la parola amore non si può pronunciare. Un po' come "La prima regola del Fight Club é: non si parla del Fight Club". funziona più o meno così: "La prima regola di questo amore è: non si parla di amore". Ne discende a cascata che non si può parlare neanche delle appendici demo-etno-antro-sociologiche dell'amore. Banditi dal dizionario, dunque, anche i termini "fidanzato/a", "anniversario", "anello", "convivenza", "matrimonio" etc etc. La messa all'index di queste parole comporta, ovviamente, la benefica impossibilità di inquinare l'amore di cui sopra con tutti gli agenti patogeni che diversamente ne provocherebbero una rapida asfissia. Ne deriva, a sua volta, una sensazione di maggior leggerezza e spontaneità nell'agire e nel sentire, che sono un toccasana per l'amore stesso.
Senonchè, come effetto collaterale, in alcuni casi si registra un processo di progressivo "infeltrimento" del dizionario di coppia: leva oggi, cassa domani, per motivi di orgoglio, di abitudine, di difesa, di attesa o di ripicca, scompaiono via via anche lemmi quali "passione", "complicità", "paura", "rispetto", ecc, cancellati dal passare del tempo e dall'imbarazzo di una quotidianità che mal sopporta i nomi astratti. Alla fine del processo, si saranno salvati dall'ecatombe linguistica i soli pronomi "io" e "tu" e l'espressione "che stronzata".
Non servono e non bastano tutte le sigarette del pacchetto. Non serve nemmeno il cibo, che mi dà un piacere più meccanico che chimico, e alla fine mi sento solo stomacata. Provo anche con la doccia - profumi improbabili a queste latidudini - ma il sollievo si dissolve ancor prima del vapore. Stasera nemmeno il divano si dà cura di fingere accoglienza e mi fa sentire tutte le falle dell'imbottitura.
Sto scomoda dentro di me, e come vedetta sono miope: non vedo approdi fuori di casa. Sapessi almeno il perchè.
Voglia di diluire.
Una sbornia, cameriere. Vorrei finire questa serata versando il mio contenuto dentro un caveau di ceramica fine. L'abbraccio definitivo e risolutivo di un water quando vomiti. E il sollievo non è vero ma ci credo: la commovente scaramanzia di chi si versa un altro goccetto o dispiega un'altra rizla.
Ma poi persino per una serata da finto clochard ti sembra di dover chiedere una notte di ferie dalla tua vita di ormai regolare e onorato servizio. Passa la voglia. Che gusto c'è.
L'ultima cartuccia è quella di sempre: il film in bianco e nero.
E così via, con gli occhi irripetibili di Vivien Leigh e i suoi fasci di muscoli facciali a comando, l'organza e il tulle in scala di grigi e il doppiaggio sempre un'ottava sopra la naturalezza. E il taricone per una volta è Marlon Brando, thank you, God per gente come questa e ti capisco se te lo sei ripreso, ogni tanto anche lassù da te ci sarà bisogno di enterteinment di un certo livello.
E alla fine è arrivata l'ora in cui i vampiri si mettono il pigiama, due saltini zibaldonici prima di chiudere gli occhi, e per stasera è andata.
O.K.: Zero Killed.
mercoledì, 25 agosto 2004
io con le parole ci passo le giornate. le divido in sillabe, poi in lettere, le ripeto nella mia testa finchè non significano più niente. Quando sento una parola nuova mi fermo a pensarci su. Quando sento un parola sbagliata la registro e nella mia mente la correggo. Sento i legami tra le parole, le associazioni consuete, quelle desuete e quelle inconsuete. Mi piace l'idea che l'aria che passa attraverso la mia trachea venga affettata e impacchettata dalle corde vocali secondo le direttive che arrivano (o dovrebbero arrivare) dal cervello. Mi piace anche l'idea di poter modellare come il pongo le parole e poi di spiaccicarle su un foglio o su un video. Le parole sono la prima cosa che ho imparato a dire. Poi ho imparato a dire bugie, ma questa è un altra storia. Le parole sono le prime cose che ho letto. Poi ho letto anche fumetti, romanzi, saggi, manuali, ecc, ma anche questa è un'altra storia. Ora che sono diventata grande certe parole posso maneggiarle con una certa scioltezza. Dico un discreto numero di parolacce, tanto per fare un esempio. E con il passare degli anni le parole si sedimentano dentro la mia testa guasta, si stratificano come in una specie di miellefoglie. Ecco perchè, quando meno me l'aspetto, a volte risalgono a galla come bolle parole come "e io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura", oppure "forse perchè della fatal quiete tu sei l'immago, a mè sì cara vieni o sera", oppure "oggi il cretino è specializzato". Ce ne sono anche in inglese: "o wind, if winter comes, can sping be far away", o in latino, "lugete o veneres cupidinesque, passer mortus est meae puellae". Sono le parole che mi hanno tramortito nel corso degli anni, quelle che per motivi più o meno seri sono rimaste lì e hanno messo radici.
Il problema è: come faccio a rimuovere dalla mia testa parole come "Il contratto è l'accordo tra due o più parti per costituire, regolare o estingure..."?
Vi prego, aiutatemi. Ho la testa piena di cose utili.
martedì, 24 agosto 2004
il ragazzo indigeno mi aiuta a montare l'attrezzatura da sub. è lì ad un metro da me, guarda quello che faccio, e accorre appena mi vede in difficoltà. Anzi, ancor prima che io sia effettivamente in difficoltà. Non è solo gentilezza: lui vuole aiutarmi. Mi indica che conviene spostare la fibbia per legare la bombola in corrispondenza della rubinetteria. Poi insiste per avvitare e svitare le varie manopole, con le sue mani scure e veloci. All'inizio non capisco, poi lo lascio fare. E' evidente che conosce alla perfezione tutta la procedura. L'avrà vista centinaia di volte, dalle mani svelte degli istruttori e da quelle impacciate dei turisti allievi. E' così che l'ha imparata: guardando. E ora i suoi gesti sono decisi, le fibbie scattano precise, le manopole girano docili.
se solo potesse, il ragazzo indigeno sarebbe un diver molto migliore di noi ospiti paganti. E invece la barriera corallina è lì per me, non per lui che resta sulla barca a risistemare ormeggi e attrezzature. I pesci dei fondali sono suoi concittadini, ma non sono sicura che li abbia mai visti da vicino. E se ancora questo non mi bastasse a sentirmi in colpa c'è anche il suo sorriso avorio, dall'alto della barca, a ricordarmi che siamo due bambini, io e lui, e che la casa è sua, ma i giocattoli sono solo miei.
lunedì, 23 agosto 2004
Appresa la notizia del furto dei quadri di Munch, nel mio ufficio si è aperta in sessione plenaria una dotta querelle linguistica. Il celebre quadro si chiama "l'urlo" o "il grido"? A nulla è valso ricordare che trattasi di due sinonimi con cui è stato tradotto il titolo in lingua originale. E, poichè a mediare il dibattito era la stessa persona che illo tempore scrisse quel "repetita juve" che ci diede di che ridere per due mesi, ho deciso di godermi in silenzio l'esilarante dibattito. In cuor mio sono sempre stata a favore del possibilismo linguistico: come suggerito da Nicola, da Avellino, esiste una terza possibilità, ovvero che il quadro si chiami "Marò".
Gli si avvicinò, ma non per baciarlo.
Voleva sentire la tensione del suo collo. Con le mani. Lentamente lo segnò con il dorso delle dita e il duro delle unghie, lo percorse con i suoi palmi asciutti fino al limite del secondo bottone della camicia. Poi gli sfiorò le braccia fino al gomito e il petto. Pelle o cotone sotto le sue mani, non importava. Fame di forme. Cecità. Istinto. Lo sterno. Il duro delle clavicole. Le curve delle braccia. La fossa del giugulo. Il pomo di adamo. Monti e valli, pieni e vuoti, curve e spigoli.
Lui la guardava, guardava gli occhi di lei che guardavano il suo busto improvvisamente diventato estraneo. Non riusciva a muoversi. Non c’era intenzione nei movimenti di lei, eppure gli toglievano il fiato. C'era la prepotenza di una pretesa di immobilità. Il candore di una curiosità che non ammette repliche. Si sentì nuovo a se stesso. Non sapeva se desiderare che lei smettesse per poterle imporre in fretta la sottile tirannide dei gesti dell’amor comune, o pregare che continuasse e gli spiegasse con le sue mani la geografia del suo corpo, come mai nessuno aveva fatto.
Con il pollice le alzò il mento, e la costrinse a puntare gli occhi nei suoi. Sembrava venire da lontano. Da sola. Gli chiedeva senza parlare perché la interrompesse.
Poi, quasi senza controllo, dalla bocca di lui uscì la verità. Poche frasi trite, la verità senza perifrasi, improvvisa, brutale, non richiesta. Era come se gli occhi di lei gliela avessero aspirata dalla trachea, dal profondo blindato della sua simil-umanità.
Le risparmiò i dettagli. Forse per vigliaccheria. Le lacrime di una donna erano ancora capaci di fargli provare qualcosa di simile al dispiacere. Una debolezza.
Ma lei non chiese altro. Continuò a tacere. Seduta sul divano, le mani nelle mani. Si sta prendendo per mano da sola, si sta facendo forza. Potrebbe esplodere e invece eccola lì, come prima, solo il capo un po’ piegato, un’incomprensibile forza di gravità che le abbassa le palpebre. Poi lei lo guardò. Un nanosecondo, prima di alzarsi. Scalza. Bella. “Puoi spegnere questa musica?”. Non era una domanda: prese il telecomando e spense. Era una rivendicazione. Certo, piccola, pensò lui, non ho il coraggio e non mi hai dato il tempo di rispondere, ma questo silenzio te lo devo. Non ti posso impedire questo lutto.
Lei prese il telefono. Prese accordi con qualcuno chissàchìchissàdove. Era evidente che sarebbe andata via.
Valigia e femmina ferita alla porta. Generazioni e generazioni di intelligenza artificiale e gli umani continuavano a prodursi pateticamente negli stessi cliché. Lui si sentì improvvisamente più forte. Lo aveva previsto. Vai, piccola, vai. Il sesso con un robot per voi ragazzine svenevoli è out. L’amore, quello volevi.
Sulla porta lei si voltò. Lo guardò negli occhi e in un lampo le lacrime che lui attendeva sublimarono in gelo. “I modelli come me imparano a fare l’amore senza programmazione. Si chiama e-love, empiric love. Doveva essere la mia prima volta. Ciao, caro".
Poi accese lo skin-chip, avvicinò il polso alla bocca e comunicò “Esperimento fallito. Il modello GR-Uk34 replica il comportamento dei maschi umani. La non prevedibilità del partner femmina attiva i circuiti di andro-defence e lo stato di warning, sviluppando come effetto collaterale l’alert da sovraccarico del sistema psicologico. Allontana il partner. Dimenticavo: niente sesso.”
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