Io non credo in termini come "tristezza", "gioia" o "rimpianto". Sono proprio le eccessive semplificazioni che dimostrano le caratteristiche patriarcali della lingua. Mi piacerebbe disporre di complesse emozioni ibride, costruzioni di tipo germanico come: "la felicità che accompagna il disastro". Oppure: "il disappunto di dormire con la propria fantasia". Mi piacerebbe dimostrare che gli "annunci di mortalità portati da un membro della famiglia che invecchia" si collegano all'"odio per gli specchi che comincia nella mezza età". Mi piacerebbe avere una parola per definire "la tristezza ispirata dai ristoranti destinati al fallimento" come per "l'eccitazione che ti dà una stanza con il minibar". Non ho mai trovato le parole giuste per descrivere la vita e adesso che mi sono immerso nel racconto della mia storia personale ne ho più bisogno che mai. Non posso stare a guardare da lontano. J. Eugenides, Middlesex.
La vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate. (questo lo dice benni, io mi limito a citare e a aumentare il campione di una unità).
Farti felice con una bugia / o farla franca con un silenzio / Ti strinsi con tutto me stesso / Quello delle grandi occasioni / Non avevo regali per te / Solo imprecisioni.
...io sono Jo e lavoro in una banca e mi esprimo con le estremità dei miei pensieri.
Olfatto: i profumi dei bagnoschiuma ai fiori e alla frutta
Tatto: Le lenzuola di cotone grosso appena stirate
Vista: Le mie nemiche che ingrassano (scherzo!). Le librerie 4 per 4 (tutte le pareti e fino al soffitto). Ultimamente, i lungarni la mattina alle 6,30
Gusto: pane e sugo di pomodoro appena cotto
Udito: Il mondo senza MTV
Mi chiamo Dielleemme, ho 28 anni e sono nata nel bel mezzo del Paese dei Peperoncini, in una clinica privata (i miei pensavano che a pagamento sarei nata meglio, e invece stavo per lasciarci le penne. Da allora, l'imprinting che ho avuto venendo al mondo ha fatto di me una detrattrice convinta di ogni forma di privatizzazione e una nostalgica dei Piani Quinquennali di sovietica memoria).
Figlia di due insegnanti romantici (come il libro cuore) e pulp (come io speriamo che me la cavo), riporto in me le ferite delle pedanterie di una madre che in tribunale giurerebbe sulla Grammatica Italiana e del rigore di un padre matematico che, trovatosi per caso all'università nel 68, pensò bene che le priorità erano laurearsi e togliersi di torno, piuttosto che vestirsi da figliodeifiori.
Casa mia è stata l'ambiente di test dell'utopia di Mastro Lindo. Cioè: il delirio ossessivo-compulsivo della geometria che papà insegna e mammà applica nel mantenere equidistanti tra loro le grucce nell'armadio.
A tre anni lessi da sola la marca del frigorifero. Se il metodo Montessori avesse previsto anche lezioni di informatica pre-scolare forse oggi capirei le persone con cui lavoro, anzichè leggere sul labiale e sbattere le ciglia per evitare che si incazzino. Pazienza.
Ho conseguito maxima cum laude una laurea in Business Poetry, ovvero ho speso 5 ani della mia vita a imparare a parlare come una sinossi della Bocconi senza dire assolutamente nulla.
ora lavoro, come tutti i poeti aziendalisti, in un posto dove mi occupo di comunicazione. Ovvero, come dico sempre, rubo le informazioni ai pochi che le hanno e le distribuisco ai molti che se ne fregano.
(to be continued...)