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domenica, 10 maggio 2009
il tempo di leggere non esiste. non si può dire che non se ne ha o che non se ne ha più, perché semplicemente non è un tempo che esista in natura. Non si può creare, non si può ritagliare. è un tempo che esiste solo se è rubato ad altro tempo, è tempo di fare altro passato senza fare affatto quel qualcos'altro. è tempo di dormire passato insonni, tempo di aspettare l'autobus passato senza guardare la strada, persino tempo di stare in bagno senza accorgersi di dove ci si trova. è tempo rubato, ed è per questo che è così bello. il tempo di leggere infatti non riesce a tutti. i più sono infatti convinti che il tempo di leggere sia tempo libero e calmo, che la lettura nasca prevalentemente dall'ozio. i più aspettano quindi il tempo di leggere e nel frattempo adempiono con onestà ai loro doveri: dormono quando è tardi, attendono impazienti il bus quando non arriva, stanno in bagno giusto il tempo di liberare i propri intestini. sono ladri quelli che riescono a infilare - che so - Saramago nella loro giornata, e se ne riempiono con avidità gli occhi e la testa.
Perché i ladri difficilmente non sono anche ingordi, e perché non si ruba mai davvero solo per bisogno.
giovedì, 16 aprile 2009
in assenza di vero dolore,
vestirsi per scomparire
camminare senza diritto nè rovescio
un esilio a temperatura ambiente
un luogo fresco e asciutto
morire un po' nei giardinetti pubblici
e così poche cose da dire
da abbandonarsi al vizio
di tacerle del tutto
lunedì, 14 luglio 2008
Ci sono terre che ti partoriscono per darti via, perché non hanno ciò che serve per mantenerti.
Sono madri povere ma orgogliose, o solo generose ma incapaci. Ti allattano con le loro mammelle secche, poi ti svezzano e ti mandano via, guardandoti negli occhi, sistemandoti il colletto e dicendoti senza parole che puoi tutto, se lo vuoi. Che devi, anzi.
Che se rimani sei un ostaggio, ma se vai via devi essere un riscatto.
Sono terre che hanno creduto nelle virtù salvifiche del cemento, e se ne sono goffamente ricoperte per scimmiottare l’agio. Che associano i campi coltivati alla schiavitù, e perciò ne fuggono. Che hanno creduto nei salassi, e se li sono fatti docilmente praticare, sì, e da mani armate. Che non sanno cosa voglia dire “subito”, né “bene”, ma sanno quanto è inappellabile il gesto di chi fa spallucce.
Sono madri povere e non belle, che si privano di te per non privare te di tutto il resto. E quando torni a trovarle sanno che le vedrai senza veli, che il tuo sguardo sarà duro, che le condannerai per ciò che sono e assolverai invece te stesso per ciò che avresti dovuto farle diventare.
Perché non avrai diviso con loro ciò che hai.
Non ciò che sai.
E allora continueranno ad attenderti, ti perdoneranno i ritorni cattivi e attenderanno quello buono.
Sanno che c’è ritorno e ritorno.
C’è un momento in cui torni al luogo, e un momento in cui torni all’origine.
E che a 20 anni torni solo al luogo.
giovedì, 24 aprile 2008
Oggi parliamo di buonismo. Tanto per cominiciare, il buonismo contiene in sè le aberrazioni di tutti gli "ismi" (ci ho pensato e rispensato e sono giunta alla ragionevole certezza che l'unica parola che finisca in -ismo con un significato assolutamente positivo per me è turismo). In quanto tale, poiché indica un atteggiamento e non un'inclinazione spontanea, è di per sè deprecabile. A ciò si aggiunga che conosco molti buonisti e pochi buoni, e la distinzione tra le due tipologie è chiara: il buono fa per istinto, il buonista fa per cultura o per atavico senso di colpa o per quieto vivere o per somigliare all'immagine più edificante di se stesso. Il buono a volte sbaglia, il buonista no. Il buonista è conciliante, non necessariamente generoso. I buonisti non mi piacciono, e questo fa di me una stronza, ma sai che novità. Il punto nuovo, semmai, è che in un sistema in cui non ci fossero persone o situazioni finte non ci sarebbe bisogno di buonismi. Ci sarebbero deboli, oppressi, sfortunati, certo, ma ci sarebbero i buoni a difenderli e a prendersene cura. Invece nel nostro sistema ci sono i furbi che si travestono da poveri, da oppressi e da sfortunati, ed ecco che per magia spuntano i buonisti - altrettanto travestiti - a difenderli. Se un sindaco dice basta ai lavavetri, un coro di buonisti se la prenderà col sindaco, parlando, urlando, strappandosi le vesti, mentre due o tre buoni al massimo prenderanno i lavavetri dalle strade e gli daranno un pasto o un lavoro. E il buono sbaglia, ricordiamocelo, infatti a volte regala metà del proprio regno a gente che magari nemmeno ne ha veramente bisogno. Il buonista, invece, in questa situazione non ha sbagliato nulla. Ma nulla. Quindi ecco come si individua il buonista: è quello che non ci perde mai niente, quello che non è mai in passivo, specie con la sua coscienza. Quello che dona attingendo a risorse che non paiono poter mai diminuire.
venerdì, 11 aprile 2008
La prima volta che sono andata a votare non me la ricordo. Forse perchè quando hai 18 anni e la certezza che prima o poi il mondo si volterà ad ascoltare i tuoi tuoi nobilissimi ed ecumenici desideri (che più o meno si sostanziano nella pace nel mondo, la libertà e i levi's 501) non hai idea che quasi ogni tuo proclama, ogni tuo desiderio, ogni tuo voto, nella vita, rimarrà inedito (a meno che tu non apra un blog, ma questa è un'altra storia e tutto sommato è comunque quasi sempre un gesto disperato per ego ipertrofici). Lo scoprirai piano piano che conti solo se sei maggioranza, anzi, ti porrai il problema se essere o meno maggioranza, se è meglio contare o dissentire, sporcarsi le mani governando o pettinare le bambole dicendo "mi oppongo, vostro onore". Lo scoprirai piano piano che hai un unico, minuscolo e patetico strumento, una crocetta a matita su un foglio impossiile da ripiegare: apporrai la tua crocetta col timore di sbagliare (o di sconfinare nella casella adiacente, per carità!), e uscirai dalla cabina con un misto di speranza, spesso anche di disperazione, più raramente di forza, certamente di piccolezza. Io quando voto mi faccio tenerezza, tanta è la sensazione che il mio voto sia solo un messaggio in bottiglia diretto verso UnMondoMigliore, e chissà se ci arriverà mai.
Però ecco, stavolta voterò contenta. Non mi turerò il naso. Per una serie di motivi: la stima per la persona, la soddisfazione per certe sue scelte (che attendevamo da anni), il piacere per una campagna elettorale condotta in maniera ben più che decorosa, e una cosa strana che sento e che credo sia o l'embrione della fiducia delle mie generazioni future o il ricordo del possibilismo operoso delle mie generazioni passate, Ebbene, per tutte queste cose io voterò per Walter Veltroni.
martedì, 08 gennaio 2008
Fare uscire questo blog dall'empasse in cui è finito da tempo. Smettere di essere scaramantica e scrivere l'unica cosa di cui ho da sempre lo spartito in testa. Smettere di chiedermi chi ha ammazzato Meredith, anche perché tutti gli indizi convergono sull'omino delle pizze. Smettere di chiedermi perchè mi stia più simpatico Obama: tropo facile, quale donna non sta ancora male pensando a una stagista cicciotta che si affaccenda sul presidenziale augello? (ma i confronti non si dovrebbero fare sui programmi? sì, come no, come no). persino la stagista vota obama perchè la clinton ricorda a ogni donna che male fa l'altrui fellatio in regime di concorrenza perfetta. (non dite di no, figliole, ammettere è il primo passo per guarire!). Smettere di dire "non fumo dal giorno tale, ma non ho ancora smesso e rifumerò, quindi non rompete". Accettare che forse è ora di confermare, non di negare. Smettere di attendere e uscire dai binari. Smettere di godere leggendo che la reginetta del pop prende droghe per cavalli; cominciare a chiedersi, piuttosto, se il fatto che a me per dimagrire diano tisane al finocchio non sia sintomatico di quanto gliene freghi al mondo dei miei tre chili di sovrappeso, e allora tantovale. Iniziare a lavorare, vedremo poi a cosa. Ma soprattutto, pagare il bollo entro il 31 gennaio.
giovedì, 29 novembre 2007
Il tempo è un filo di lana che va tenuto disteso perchè altrimenti si raccoglie a gomitolo, si posa intorno a un baricentro qualunque con spire subdole, e quel filo diventa un boa, e tu ci sei dentro in men che non si dica. il tempo, dunque, va tenuto lineare, teso, va reso saetta, filo a piombo. Il tempo non torna mai - torna il sole, non il tempo, c'era scritto vicino alla meridiana - quindi perchè vederlo ad anelli, perchè collocarsi sempre su un seggiolino di questa odiosa ruota panoramica? Perchè sto così tanto di merda se penso a un altro giro così?
lunedì, 22 ottobre 2007
ti cerco ogni giorno in un giorno tra tanti
tra lune crescenti e nomi di santi
ti cerco dentro un cilindro di vetro
tra righe che paiono ridermi dietro
ti cerco tra calcoli che restan misteri
ti cerco da sempre e ti cerco da ieri
ti cerco alla cassa di una farmacia
ha nulla per vincere sta lotteria?
ma poi ogni domanda mi rimane in gola
la vera tristezza è cercarti da sola
giovedì, 27 settembre 2007
il mio ego è talmente grande che non si duole nemmeno. Il mio ego alza gli occhi al cielo e pensa "non sanno ciò che fanno", poi accenna un breve - ma quanto cinematografico - sospiro.
venerdì, 24 agosto 2007
Andammo in spiaggia, avevo 16 anni e il cuore di gomma a furia di canzoni d'amore. Non so se i ragazzi di oggi provino sentimenti come i nostri di allora: eravamo bombardati da 45 giri che parlavano di notti e di stelle, di amori lenti e ragazze simili a fate dai capelli lunghi, spiagge in cui toccare una mano era un arrivo più che un preludio. Non che non avessimo istinti più famelici, figuriamoci: eravamo talmente repressi che ci bastava pochissimo per soffrire nei nostri stessi calzoni, ma eravamo imbranati, anche i migliori. Nessuno si sentiva una macchina da corsa: allora andare a cento all'ora per vedere la propria bimba era già un azzardo.
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